Il festival ha una settimana di vita. Chi ci lavora è sempre più stanco, ma nell’aria si respira una buona dose di soddisfazione. Gli uffici stampa, il coordinamento autori, le interpreti non si fermano mai. Un caffè al volo, due parole per sapere la pronuncia corretta del nome di questo o quest’altro ospite, gli autisti che trasportano un Monicelli qua, un Coppola là, un novellino del concorso nell’albergo laggiù, un Martone più avanti a sinistra.
Abbiamo incontrato Pietro Marcello, regista di La bocca del lupo. Insieme a lui c’è anche uno dei suoi produttori, Dario Zonta, critico dell’Unità e conduttore di Hollywood Party. Siamo al bar, Pietro e Dario si prendono un caffè e si mangiano un toast.
Il tuo è un film ibrido, fatto di tanti tasselli diversi. “L’intenzione era quella di raccontare questo melodramma, una storia vera, una piccola storia. E poi di raccontare una grande storia, quella della città attraverso i materiali di repertorio raccolti a Genova. La genovesità nel film si mostra nel materiale degli archivi, girato da cineamatori genovesi e rimasto inedito fino ad ora. Molto di questo lavoro di ricerca è stato fatto da Sara Fgaier che è anche la montatrice del film”.
Parlaci di come hai trovato i due interpreti, Mary e Vincenzo. “Li ho trovati sotto casa, perché il mio raggio d’azione era quello. Questo film è stato voluto dalla Fondazione San Marcellino, i gesuiti di Genova. Mi hanno dato un appartamento nell’area dell’angiporto, tra via del Campo e Sottoripa: è lì che loro operano e lì che ho cercato una storia. La mia è espressamente una storia di ‘residuali’ che hanno vissuto una Genova che non c’è più”. Poi si ferma, ci guarda e ci chiede: “Ma davvero non lo vuoi un panino? Un succo di frutta? Nemmeno un caffè?”, poi riprende. “Ero alla ricerca di qualcuno che mi raccontasse qualcosa con la faccia. Bastava la faccia. Il volto significa un sacco di cose, una faccia vissuta… pensa a quegli attori di plastica, quei marcantoni che ti propongono nei casting: non hanno storia. Una faccia che racconta è una faccia che racconta”.
L’idea del film è molto semplice, una storia intima, tenera. “È stato tutto un percorso, anche la preparazione al film: Enzo non aveva mai fatto una cosa del genere. Pian piano spiegavo a lui le cose, come realizzare questo film. C’è voluto tempo prima di fargli l’intervista, tempo e duro lavoro. L’intervista è stata realizzata come parte finale del film, quando loro erano stati iniziati a questa cosa strana che per loro era un film. C’è anche una questione etica, io non sono un amante delle interviste perché trovo siano statiche, però qui ho creduto efficace farla. Dovevano essere loro a raccontarsi e l’hanno fatto nel migliore dei modi. Non a caso non c’è mai uno stop di camera. Sono abbastanza potenti i due”.
Mary e Vicenzo si vedevano in giro in questi giorni, due persone normali nell’aver vissuto qualcosa di assolutamente fuori dall’ordinario. “Adesso sono partiti. È stato un momento bellissimo della loro vita, dalla Croce Bianca di Genova a qui. Poi il Festival è stato straordinariamente attento alla loro presenza. Sono andati via dicendo che è stato un momento bellissimo, non avevano mai ricevuto tante attenzioni”.
Raccontaci com’è andata mentre giravi il film. “Giravamo di notte e chiaramente c’era qualche problemino… però il documentario si basa sull’imprevisto. Ci possiamo aspettare qualsiasi cosa scendendo in mezzo alla strada a filmare. I miei produttori sono stati importanti, sono un arcangelo sigillato dal tridente Nicola Giuliano, Francesca Cima e Dario Zonta”. Poi si rivolge a Zonta: “Ti piace l’espressione tridente? Il progetto nasce dall’idea di San Marcellino ma anche dall’unione dell’Avventurosa Film e Indigo Film, nonché i produttori del mio film precedente Il passaggio della linea, ci sono molto affezionato a quel film. È stata una lavorazione molto di squadra, di gruppo. Siamo entusiasti di aver presentato qui il film, anche per l’accoglienza che abbiamo avuto… Dai, di’ tu qualcosa Zonta”. Zonta: “Non tutti i film vanno bene per tutti i festival, questo film va bene per Torino. Torino ha quel pubblico attento, selezionato, che può capirlo, apprezzarlo, non è un festival che macina i film indistintamente”. Pietro ci guarda e dice: “Vedi? L’esperienza del critico insegna. Ed è molto bello avere un produttore che è anche critico, che conosce il film”. Poi ci salutiamo mentre Zonta spiega che con la sua produzione faranno altre cose, non solo di Pietro Marcello. Pietro: “Usano anche altri registi. Sai che noi ci consumiamo in fretta… Fai un bel pezzo che poi ti chiamo!”.
Abbiamo incontrato anche Susan Ray che da inizio festival sta presentando, sempre con grande passione, i film del marito Nicholas. Susan è davvero una bella signora, appassionata di cinema e di Glenn Gould. Sta anche imparando un po’ di italiano. Ci parla dei suoi progetti. “Ho creato una fondazione, la Nicholas Ray Foundation, che ha come scopo quello di preservare il suo lavoro e onorare il suo maverick spirit, il suo spirito libero, anticonformista, sperimentale, outlaw, onorare il suo spirito aiutando altri registi nella sperimentazione. Il nostro primo progetto è di restaurare e ricostruire We Can’t Go Home Again, ultimo film di Nicholas, non finito, che anche 35 anni dopo che è stato fatto rimane un film sperimentale: non ho più visto niente di simile. Vogliamo creare un sito internet interattivo, risorsa primaria per tutto ciò che concerne Nicholas Ray. Vogliamo rendere disponibili i suoi archivi. Faremo anche un’installazione in un museo... Spero che anche altri festival ci aiuteranno nella ricostruzione del film”.
NdC (Nota di Colore) – Riprendiamo questo simpatico siparietto di inizio settimana tra Paolo d’Agostini, critico della Repubblica, e Gianni Zanasi, regista, che ha presentato nella sezione “Figli e amanti” La Nuit américaine di Truffaut. Alla domanda di d’Agostini a proposito delle difficoltà creative del cinema odierno che si alimenta di se stesso e di Tarantino come possibile portatore di questa malattia, Zanasi risponde: “Mi stai chiedendo se Tarantino si fa le seghe? Sì, ma è talmente bravo a farsele!”.
Paola Fornara