Oggi ultimo giorno, stasera premiazione. Sono partite le scommesse, chi fa il tifo per il suo favorito, chi spera non vinca quel film che proprio non gli è piaciuto, chi è soddisfatto di quello che ha visto e semplicemente aspetta di sapere chi la giuria deciderà di premiare.
Abbiamo incontrato Ralston Jover, regista di Baseco Bakal Boys. Durante la presentazione del film lui e i suoi produttori (tra cui un giovane modello brasiliano che ha creato scompiglio tra addette e addetti al lavoro) hanno indossato i loro abiti tradizionali filippini, belli e ricamati, fatti in un tessuto ricavato dalle fibre di ananas.
Ralston è un signore molto composto, sembra timido ma appena lo lasciamo parlare si apre come un fiume in piena. Gli chiediamo da dove nasce l’idea del suo film. “Nel 2006 il mio co-sceneggiatore Henry Burgos ha visto su una tv locale un documentario che parlava di questi bambini, i metal divers, ‘cacciatori subacquei di metallo’, che noi chiamano Bakal Boys. Operano nell’area del porto di Manila dove si immergono a cercare i pezzi di metallo caduti dalle navi, rivendendoli poi ai robivecchi. Abbiamo iniziato a fare delle ricerche, prima pensando a un documentario e poi a un film di finzione. Due o tre bambini muoiono annegati ogni settimana, spesso i corpi non vengono più ritrovati. Ho fatto ricerche per più di un anno: posso raccontarti tutto questo anche mentre dormo!”. Sorride. “Ero uno scrittore prima di essere regista, ho sempre fatto ricerche, vado fuori, sul posto, faccio interviste, esploro, studio il fenomeno. Le ricerche sono durate sei mesi, ho parlato con tante persone, ho imparato la loro cultura, una cultura locale diversa da quella di città. Poi ho iniziato a girare”.
I bambini sono i protagonisti del film, il loro urlo di battaglia è To the sea! “I bambini non se lo meritano, è la difficoltà della realtà in cui vivono che li spinge in mare. Pensano sia tutto un gioco, sono molto orgogliosi di aiutare i loro genitori, guadagnare qualcosa in più, non pensano mai alla pressione e al pericolo. Non sono un young boy, ma ho cercato di cogliere e riproporre il loro punto di vista. Per trovarli ho fatto delle audizioni, si sono presentati più di 200 bambini e ne ho scelti 15. La maggior parte era analfabeta, avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse a leggere e memorizzare le battute. Li abbiamo seguiti con un programma educativo, li abbiamo mandati a scuola mentre giravamo e anche adesso questo progetto continua. Dobbiamo tirarli fuori dall’acqua, sono molto orgoglioso dei miei produttori, è un nostro impegno. Adesso sono degli attori, attori professionisti. Ci hanno dato tutta la storia, tutte le sfumature, io ero solo dietro alla macchina da presa, li seguivo, è stato importante lasciarli fare, improvvisare. Devo tutto a loro, specialmente a Utoy, è un amazing kid”. Poi ci guarda e si scusa: “Parlo troppo!” e scoppia in una risata.
Qui da noi le mamme spaventano i loro bambini raccontando del lupo: nel film e nelle Filippine ci sono le sirene. “Le mamme raccontano favole sulle sirene, da noi si chiamano djesebel. I bambini le amano, credono che abitino nell’area del porto, mentre i genitori dicono loro di non andare a immergersi senza permesso perché se no le sirene li porteranno via e non torneranno più. I bambini ci credono, ma tantissimi annegano lo stesso. Si tratta di una sorta di realismo magico. Ho usato le sirene come fosse una costruzione mentale di Utoy. Quando l’ho intervistato mi ha detto ‘I bambini scomparsi? Sono le sirene che li tengono con loro’. Ci crede davvero. ‘I nostri amici sono scomparsi ma torneranno, le sirene li perdoneranno’. Bisogna credere nel potere della mente dei bambini, il potere della loro immaginazione. Il film è a metà tra la finzione e il documentario, un mondo fantastico basato sul punto di vista di un bambino”.
Poi ci racconta una storia curiosa. “Abbiamo comprato un’ancora per una scena molto importante del film, ma la notte prima di girare l’ancora era scomparsa! I bambini sono corsi da me a dirmelo: uno della mia troupe aveva bisogno di soldi e ha rivenduto l’ancora ai robivecchi per pochi soldi. Volevo piangere, ridere, urlare, ma i bambini non mi hanno lasciato, erano lì con me. Non ho dormito, erano le 3 di notte e dovevamo iniziare a girare alle 6, poi fortunatamente siamo riusciti a recuperare l’ancora e abbiamo potuto proseguire con le riprese”.
Abbiamo parlato anche con la co-produttrice, Bessie Badilla, modella in America, davvero una bella signora, anche se ci dice ridendo: “Non sono così al mattino: i miei cani non mi riconoscono e mi abbaiano contro!”. Ci parla del film e del suo impegno. “Abbiamo creato una programma per fare studiare i 15 metal divers, ma invece di andare a scuola andavano a immergersi perché avevano bisogno dei soldi per comprarsi da mangiare. Così li paghiamo ogni giorno per andare a scuola, in modo che abbiano i soldi per poter vivere. Non sono mai stata autorizzata a seguire le riprese perché il regista mi conosceva: avrei portato asciugamani, acqua, cibo, sono una mamma, voglio proteggerli! Li ho rivisti tutti alla festa di Natale che abbiamo organizzato per loro: si sono messi a ballare hip hop per noi. Meraviglioso!”.
NdC 1 (Nota di Colore) – Sentita in fila da una signora che riferisce la battuta come sentita a sua volta da qualcun altro che anche lui deve averla sentita da qualcuno (chissà chi l’ha inventata!). “C’è quell’altro festival che ha il red carpet. Ma noi abbiamo di più. Abbiamo Coppola, Michael Powell e le meravigliose red scarpett”.
NdC 2 – La co-produttrice del film Bakal Boys ci racconta che suo zio era l’autista di Francis Ford Coppola durante le riprese nelle Filippine di Apocalypse Now. Coppola lo scelse per la sua stazza: era il più alto e il più grosso. Svegliare dolcemente Mr. Coppola non era molto facile, così suo zio lo prendeva con una mano sotto la testa, un’altra sotto le gambe, lo sollevava e lo lasciava ricadere sul letto. Prima di salutarci, aggiunge un’ultima sorpresa: sempre lo zio in questione scarrozzava qua e là anche Marlon Brando, senza però sapere chi fosse. Brando, seccato: “Don’t you know who I am?” e lo zio: “No, and I don’t care, but my boss is Mr. Francis Ford Coppola”. Wow!
Paola Fornara